La pergamena bianca: il privilegio che fece la storia di Cava
Ogni città ha il suo oggetto-simbolo. Firenze ha il giglio, Napoli il sangue di San Gennaro, Cava de’ Tirreni ha una pergamena. Anzi: una pergamena bianca — cioè, secondo la tradizione, un foglio firmato in bianco. È una delle storie più affascinanti del Mezzogiorno aragonese, e per capire l’orgoglio cavese bisogna partire da qui.
La tradizione: un foglio firmato in bianco
Il racconto tramandato è questo: dopo il soccorso decisivo dei cavesi a re Ferrante d’Aragona nella battaglia di Sarno del 1460 — l’episodio che valse a Cava il titolo di città fedelissima — il sovrano avrebbe voluto ricompensare la città. E i cavesi, per bocca dei loro rappresentanti, avrebbero rifiutato di chiedere alcunché. Ne sarebbe nato il gesto leggendario: un documento con la firma reale e lo spazio delle concessioni lasciato in bianco, da riempire quando la città ne avesse avuto bisogno. Un assegno in bianco della corona, mai riscosso.
Tra storia e mito
Come tutte le grandi storie identitarie, anche questa vive sul confine tra documento e leggenda: gli storici locali dibattono da generazioni su datazioni, versioni e contesto [DA VERIFICARE lo stato degli studi e la collocazione attuale del documento]. Ma il punto non è la filologia: è ciò che il racconto dice dei cavesi — un popolo che si pensa fedele, orgoglioso e troppo fiero per chiedere.
Dove incontra il visitatore
La pergamena bianca riaffiora ovunque nella vita cittadina: nei discorsi ufficiali, nei nomi di locali e associazioni, e soprattutto nell’atmosfera della Disfida dei Trombonieri, quando gli otto casali rievocano in armi la stagione aragonese. Per inquadrare l’episodio nella vicenda millenaria della città, parti dalla storia completa di Cava de’ Tirreni.
Una città che ha come simbolo un foglio bianco, in fondo, ha fatto una scelta precisa: la sua ricompensa è essere se stessa.
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